Industria 4.0: obiettivi mancati (e centrati)

Industria 4.0: obiettivi mancati (e centrati)

L'esperienza

Negli ultimi sei anni ho redatto numerose perizie nel campo e ho partecipato a diversi eventi formativi, aventi spesso, tra i relatori, sia funzionari del Ministero dello Sviluppo Economico che dell'Agenzia delle Entrate, enti che parteciparono a definire gli elementi essenziali della celebre Legge 232 del 11/12/2016.

Quale era il desiderio del legislatore

L'obiettivo profondo, di lungo periodo, era di rendere il sistema industriale italiano in grado di gestire la produzione di manufatti in lotti composti da quantità minori e con variazioni, tra lotti successivi, più frequenti rispetto alla media dell'epoca.

Per poter raggiungere questo risultato, le macchine avrebbero dovuto essere molto più semplicemente e velocemente configurabili e dialoganti, sia tra loro che con i sistemi decisionali.

La norma, giustamente, poneva l'accento sull'interconnessione tramite un

collegamento basato su specifiche documentate, disponibili pubblicamente e internazionalmente riconosciute.

Una macchina, di fatto, non solo sarebbe dovuta essere in grado di esporre il proprio stato e i comandi di lettura/scrittura ma avrebbe dovrebbe farlo anche attraverso protocolli che consentissero all'imprenditore - anche senza dover interpellare i precedenti fornitori - con la massima rapidità di modificare, se necessario per la summenzionata produzione più piccola e variabile, l'architettura e la topologia della fabbrica.

Quale è stata la realtà dei fatti

Oltre il 40% del fatturato italiano è dovuto a piccole e medie imprese: purtroppo, nella pratica, negli anni, quel che si è verificato è stato il diffondersi di soluzioni che, a fronte di un'analisi davvero rigorosa e non accondiscendente, sono state realizzate spesso o con sistemi chiusi o poco e male documentati, con una interconnessione non pensata per un dialogo tra macchine (o tra macchine e software in generale), spesso aggiungendo un sottile strato di sedicente interconnessione a precedenti sistemi senza una profonda progettazione “4.0” che, per fretta e avidità, sono stati presentanti come a norma agli occhi di imprenditori che non avevano la competenza per riconoscerne le mancanze e, non di rado, anche da parte di periti con una marginale preparazione informatica (meccanici, gestionali eccetera).

Un mondo diverso sarebbe stato possibile

I protocolli per realizzare, di fatto, architetture distribuite aperte, non sarebbero certo mancati: oltre agli esempi citati dalla norma

TCP/IP, HTTP, MQTT

che, curiosamente, NON sono protocolli industriali, ve ne erano già allora diversi che sarebbero stati adatti ma non sono stati utilizzati così: per esempio Modbus, MTConnect, OPC-UA e Profinet o, uscendo dall'ambito strettamente industriale (come negli esempi forniti dalla norma) molto interessanti sarebbero potute essere soluzioni basate su Multicast DNS o su Physical Web, introdotto pochi anni prima e che non si è poi diffuso molto.

Conclusioni

In questa retrospettiva che potrebbe sembrare amara, va comunque sottolineato come i vantaggi per il sistema industriale italiano ci siano stati: pur appoggiandosi a fornitori utilizzanti metodi sia parziali che meno eleganti e versatili di quanto il legislatore desiderasse, molti imprenditori hanno reso (spinti anche dai crediti d'imposta) le proprie aziende più vicine a quella produzione maggiormente versatile che si desiderava ottenere.

Per chi volesse approfondire il tema: contattatemi!

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Photo by Lalit, Possessed Photography and Mech Mind on Unsplash

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